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Oggi ci immergiamo in un tema cruciale, quello della comunicazione delle emergenze ambientali, focalizzandoci in particolare su come la scienza e i media interagiscono, soprattutto quando si tratta di disastri naturali. Dobbiamo affrontare questo argomento con una lente critica, perché la percezione del rischio e la nostra preparazione dipendono moltissimo da come queste informazioni ci vengono presentate. Iniziamo subito con il capitolo 8 del nostro documento di riferimento, "Prevedere, Prevenire, Comunicare", che ci offre una struttura fondamentale per comprendere le sfide.
Esattamente. Il cuore di questo capitolo, e del nostro discorso di oggi, sta nel riconoscere che affrontare i pericoli legati al clima e alla natura si basa su due pilastri interconnessi: la previsione scientifica e la prevenzione concreta. La scienza ci fornisce gli strumenti per mappare e identificare le aree vulnerabili, ma è poi l'intera comunità, dalle istituzioni ai singoli cittadini, che deve trasformare questi dati in misure di salvaguardia pratiche.
È un equilibrio delicato, dici bene. Dobbiamo sfruttare le proiezioni future degli studiosi e unirle a una forte volontà politica e sociale per attuare le tutele necessarie e, si spera, scongiurare catastrofi. Ma analizziamo più a fondo il concetto di "prevedere". Cosa significa realmente, dal punto di vista scientifico?
Prevedere significa innanzitutto capire da dove nasce il pericolo. Significa creare mappe basate sulle probabilità, indicando dove e quando potrebbe verificarsi un evento estremo: un sisma, una frana, un'eruzione vulcanica. Tuttavia, è fondamentale comprendere che ottenere una certezza matematica assoluta è, nella maggior parte dei casi, impossibile. Nessuno, ad esempio, potrà mai stabilire con esattezza la data e l'ora in cui tremerà la terra a Catania o si risveglierà il Vesuvio. Nel campo della sismologia, in particolare, le previsioni a brevissimo termine, quelle che ci direbbero "esattamente ora succederà", restano ancora un'utopia.
Questo è un punto cruciale che spesso viene frainteso dai media e dal pubblico. Si tende a cercare una risposta definitiva, una certezza che la scienza, per sua natura, non può fornire in certi ambiti. Pensiamo ai terremoti: possiamo identificare le faglie attive, possiamo stimare la probabilità di eventi in determinate aree, ma prevedere il momento esatto è ancora al di là delle nostre capacità attuali.
Esatto. E questo genera una frustrazione comprensibile, ma anche un terreno fertile per disinformazione e sensazionalismo. Quando poi si parla di vulcani, lo scenario cambia radicalmente. I vulcani sono strutture visibili, costantemente sorvegliate, e questo offre campanelli d'allarme più chiari: variazioni nella forma del suolo, tremori sismici, fuoriuscita di gas.
Certo, il monitoraggio vulcanico è un campo in cui la scienza ha fatto passi da gigante. Possiamo osservare cambiamenti fisici nel vulcano, analizzare le emissioni gassose, registrare micro-terremoti che precedono un'eruzione. Questo ci permette di avere un margine di preavviso maggiore rispetto a un evento sismico improvviso.
Proprio così. Sebbene anche qui si rimanga nel campo delle probabilità, l'esattezza della previsione aumenta man mano che l'eruzione si fa imminente. Abbiamo esempi emblematici di successo, come il risveglio del Mount St. Helens nel 1980 e del Pinatubo nel 1991, dove i tempestivi piani di evacuazione, basati su dati scientifici precisi, hanno risparmiato migliaia di vite umane. L'analisi dei dati scientifici ha permesso di avvertire la popolazione con un certo anticipo, consentendo di mettere in sicurezza le aree a rischio.
Ricordiamo anche il caso del Pinatubo, dove le eruzioni precursore e l'emissione di gas hanno fornito segnali chiari, permettendo un'evacuazione su larga scala che ha evitato una catastrofe ben peggiore. È un esempio di come la scienza, quando ascoltata, può fare la differenza.
Però, non sempre la scienza è così efficace nel prevedere. C'è stato anche un clamoroso insuccesso, come quello registrato nel 1976 durante la crisi del vulcano La Grande Soufrière. Ben 72.000 individui vennero evacuati per un'emergenza che, alla fine, non si concretizzò. Questo episodio, per quanto possa sembrare un falso allarme, ci ricorda quanto sia gravosa e delicata la responsabilità sulle spalle dei vulcanologi. Sottovalutare un allarme può essere fatale, ma anche un allarme eccessivo può avere costi sociali ed economici significativi, generando sfiducia.
Questo ci porta al concetto di comunicazione del rischio, che è fondamentale. Un conto è prevedere, un altro è far sì che quell'informazione arrivi in modo efficace e comprensibile alla popolazione, inducendo comportamenti corretti senza creare panico ingiustificato.
Assolutamente. E quando parliamo di difesa dai terremoti, l'arma migliore, se non possiamo prevedere il momento esatto, è senza dubbio farsi trovare pronti. Questa è la cosiddetta "preparedness": progettazione antisismica degli edifici, piani di sicurezza dettagliati e, soprattutto, informazione costante e chiara ai cittadini.
Paesi come Giappone, Cile, Nuova Zelanda e la California negli Stati Uniti sono pionieri in questo campo. Hanno integrato la consapevolezza del rischio sismico nella loro cultura costruttiva e sociale. In Italia, abbiamo un caso virtuoso che dimostra questa differenza: Norcia.
Esatto. Norcia, grazie a una rigorosa ricostruzione successiva ai sismi del 1859, 1979 e 1997, ha dimostrato la sua resilienza. Quando nel 2016 è arrivato un violento terremoto di magnitudo 6.5, la città ha resistito, non causando vittime, a differenza di Amatrice, colpita da un sisma di magnitudo 6.0, dove i circa 300 morti sono stati un tributo tragico. La vera discriminante, in quel caso, è stata la qualità delle costruzioni.
Questo è un esempio lampante di come abitare vicino a una faglia, che potrebbe sembrare una condanna, in realtà non lo è, a patto di adeguare le abitazioni ai criteri di sicurezza e, quando possibile, sfruttare gli incentivi statali per rendere le nostre case più resistenti. Non è la faglia che uccide, ma l'edificio che crolla.
Invece, per quanto riguarda la difesa dalle eruzioni vulcaniche, la situazione è ben diversa. A differenza dei terremoti, l'edilizia tradizionale non può offrire un vero scudo. Non esistono edifici capaci di resistere a un'eruzione esplosiva. Le antiche città sepolte di Pompei ed Ercolano sono un monito potente: i colossali flussi piroclastici spazzano via ogni cosa.
L'unica salvezza, quindi, in caso di eruzione vulcanica, risiede nell'abbandono tempestivo dell'area. È il principio alla base del Piano Vesuvio, che individua una "zona rossa" da sfollare alla primissima avvisaglia. È un piano di evacuazione che richiede preparazione e disciplina.
E poi abbiamo il contrasto alle alluvioni. Mentre l'arrivo di piogge estreme è oggi più facilmente diagnosticabile, i danni che queste provocheranno dipendono in larga misura dallo stato di salute del suolo, troppo spesso minato dal dissesto idrogeologico. Per difenderci realmente, dobbiamo prenderci cura del territorio: pulire i letti dei fiumi, frenare il consumo di suolo, mettere in sicurezza i pendii e tutelare le aree vulnerabili.
Il disastro avvenuto in Sardegna nel 2013, con il ciclone Cleopatra, ne è una prova lampante. Piogge record cadute su terreni non curati, non preparati ad assorbire una tale massa d'acqua, hanno generato una tragedia. È un ciclo vizioso dove l'incuria ambientale amplifica l'impatto dei fenomeni naturali.
Esatto. E questo ci porta direttamente alle proiezioni climatiche. Per quanto riguarda la crisi climatica, le stime scientifiche si affidano a complessi modelli informatici che calcolano vari livelli di surriscaldamento globale, da +0,5°C a +4°C rispetto all'era pre-industriale. All'aggravarsi di questi scenari, disastri epocali come Katrina o Haiyan, che abbiamo menzionato precedentemente, potrebbero diventare la normalità anche in aree un tempo considerate tranquille. Anche qui, si ragiona per probabilità: nessuno può dire con esattezza quando supereremo quel punto di non ritorno.
Come ci illustra anche il documentario "Before the Flood", la via da seguire è duplice: da un lato, mitigare il problema, tagliando le emissioni e passando alle energie rinnovabili; dall'altro, adattarsi agli impatti inevitabili, creando dighe e infrastrutture adeguate a proteggerci dagli eventi estremi.
E la vera svolta, però, parte dalle nostre abitudini quotidiane. Scegliere la bicicletta o l'auto elettrica, condividere i viaggi con il car pooling, tagliare gli sprechi domestici. Sono piccoli gesti, ma messi a sistema, rappresentano il miglior argine contro il surriscaldamento globale.
Questo ci porta all'ultimo, ma forse più importante, pilastro del capitolo 8: l'importanza dell'informazione, della comunicazione. Prevedere e prevenire sono sforzi vani se i messaggi non arrivano in modo chiaro e comprensibile alla gente.
I giornalisti, in questo senso, fungono da ponte vitale tra il mondo scientifico, le istituzioni e la popolazione. Se a volte gli studiosi riescono a comunicare in prima persona, come è accaduto prima del maremoto asiatico del 2004, in altre occasioni una comunicazione ambigua o superficiale innesca drammi giudiziari e sociali, come tristemente avvenuto con il terremoto dell'Aquila.
In Italia, si fa sempre più attenzione a come si racconta il rischio sismico, ma l'interesse resta pericolosamente sbilanciato sulla "previsione", magari sensazionalistica, a scapito della prevenzione. Parlando, ad esempio, del Vesuvio, si cerca spesso il titolo sensazionalistico "l'eruzione imminente", tralasciando completamente di spiegare alla popolazione le direttive di fuga, i piani di evacuazione o gli interventi preventivi in atto.
Il vero giornalismo di qualità in questo campo dovrebbe istruire le persone, rendendole consapevoli e protagoniste della propria sicurezza. Purtroppo, troppo spesso l'informazione predilige la notizia "ad effetto", la cosiddetta notiziabilità, rispetto all'utilità pubblica. I titoli catastrofici catturano lettori e clic, ma lasciano nell'ombra le strategie salvavita, come le direttive del Piano Vesuvio, che oggi, purtroppo, in pochi conoscono realmente.
Una sorte simile tocca alle campagne di informazione sull'adeguamento antisismico. Un tema vitale per milioni di cittadini, eppure spesso declassato perché giudicato poco accattivante o "scientifico" per i grandi palcoscenici mediatici.
La stampa, in generale, deve tenere a mente due regole d'oro. La prima è che decifrare la natura è una sfida corale che richiede l'analisi di enormi banche dati da parte della comunità accademica. Non esiste il "veggente solitario" in grado di prevedere le scosse. La scienza si basa su dati, modelli e statistiche, non su intuizioni personali.
E questo porta a un punto fondamentale: dare credito e visibilità a figure isolate che spacciano per certe previsioni in realtà impossibili genera solo illusioni letali e disinformazione. Pensiamo a storie come quella di Harry Truman, l'anziano che nel 1980 rifiutò di lasciare il suo rifugio alle falde del Mount St. Helens, ignorando ripetuti allarmi degli esperti.
Esatto. I media dell'epoca lo esaltarono quasi come un eroe romantico, un esempio di resistenza alla natura. Mentre gli esperti, tra cui il geologo David Johnston, lanciavano disperati SOS, Truman rimaneva fermo. Quando il 18 maggio il vulcano collassò all'improvviso, Truman fu sepolto dai detriti, Johnston morì travolto dalle ceneri incandescenti e altre 56 persone che avevano infranto i divieti persero la vita. Questa tragedia insegna che, nei momenti critici, l'unica bussola affidabile a cui affidarsi è la scienza.
La seconda regola d'oro per la stampa è costruire fiducia verso gli esperti. È compito dei media accrescere il credito delle istituzioni scientifiche, rifiutando il panico ingiustificato e il protagonismo di chi non ha le competenze necessarie. Poiché le previsioni avranno sempre un margine di incertezza, bisogna diffidare da chi vende verità assolute.
Un altro vizio da sradicare, soprattutto nei talk show, è la falsa parità. Far scontrare un climatologo qualificato con un politico o un personaggio dello spettacolo disorienta il pubblico e banalizza la complessità del problema. Tocca al giornalista fare da arbitro, separando i dati di fatto, frutto di decenni di studi, dalle mere opinioni personali.
Il tema che soffre più di tutti questa polarizzazione è proprio il cambiamento climatico. Per una malintesa parità di trattamento, alcuni programmi televisivi contrappongono i climatologi ai negazionisti, mettendoli sullo stesso piano. In realtà, esiste un solido e quasi totale consenso accademico sul fatto che le attività umane stiano surriscaldando il pianeta.
I giornalisti devono guidare il dibattito ribadendo con forza che la crisi climatica è un dato acquisito, non un'opinione soggettiva. Solo smettendo di alimentare falsi dubbi, l'informazione potrà finalmente concentrarsi sull'urgenza di attuare i piani di mitigazione e adattamento necessari per salvare il pianeta.
E questo ci porta a un'ulteriore riflessione, legata alla comunicazione in tempi di crisi. Prendiamo ad esempio l'uragano Mitch del 1998, che colpì l'America Centrale. Non fu solo un evento meteorologico devastante, ma ebbe ripercussioni profonde a lungo termine.
Esattamente. L'uragano Mitch, formatosi nel Mar dei Caraibi e intensificatosi fino a venti di 290 km/h, colpì in particolare Honduras e Nicaragua. Già predisposte all'accumulo di nubi e precipitazioni a causa delle catene montuose, queste zone furono letteralmente sommerse. La causa della sua formazione fu un'estate molto calda, con la temperatura del mare che raggiunse i 29 gradi, rispetto ai soliti 26. Questo portò a una maggiore formazione di vapore acqueo, che, combinato ai movimenti circolari dell'aria, generò una tempesta tropicale che divenne un uragano di categoria 5 sulla scala Saffir-Simpson.
Una volta toccato terra, l'uragano ridusse la sua potenza, ma non prima di aver scaricato un ingente accumulo di precipitazioni: 750 mm lungo la costa e 1250 mm nell'entroterra. Questo causò inondazioni improvvise e migliaia di frane. Poi perse energia, dissipandosi nell'Atlantico.
I danni furono catastrofici: vento, precipitazioni, frane e inondazioni devastarono il settore agricolo, spazzando via raccolti e allevamenti. I centri abitati subirono danni ingenti, con un totale di circa 11.374 vittime accertate e 11.000 dispersi. Ma non si fermarono qui i danni.
L'impatto sull'ecosistema fu altrettanto grave: erosione delle coste, danneggiamento delle lagune dovuto a onde di 13 metri, distruzione delle barriere coralline e malattie dei coralli causate dall'acqua di mare contaminata da acqua dolce e detriti. Un'intera foresta di mangrovie, fondamentale per la protezione costiera e per la vita marina, venne distrutta.
L'Honduras e il Nicaragua furono gli stati più colpiti, ma l'impatto si estese ad altri stati dell'America Centrale. Per le popolazioni, le conseguenze furono un aumento della criminalità a causa della perdita di case e lavoro, difficoltà nell'accesso all'acqua potabile con conseguenti epidemie di colera, leptospirosi e febbre dengue. L'agricoltura distrutta portò a speculazioni sul mercato interno e a un aumento dei prezzi.
In conclusione, questo fenomeno ha riportato indietro l'economia della regione di circa 50 anni, e a distanza di decenni, non si è ancora in grado di quantificare l'esatta entità di tutte le conseguenze avvenute. Questo ci dimostra come un singolo evento, apparentemente circoscritto, possa innescare una catena di effetti a lungo termine che investono ogni aspetto della vita.
E questo è un concetto chiave che dobbiamo tenere a mente: i singoli eventi estremi possono portare a danni ingenti sul lungo periodo, interessando i settori ambientali, economici e sociali. Non sono episodi isolati, ma tasselli di un puzzle più grande.
Pensiamo anche all'uragano Katrina, il 29 agosto 2005. New Orleans, soprannominata "The Big Easy", nota per la sua vita rilassata, nascondeva una pericolosità intrinseca legata alle alluvioni. La città, stretta tra il fiume Mississippi e il lago Pontchartrain, si è espansa in un'area in cui metà del territorio giace sotto il livello del mare.
Un paradosso, vero? Da un lato, il lago è una risorsa turistica e ricreativa, oltre che un bacino di deflusso. Dall'altro, rappresenta una minaccia costante. Katrina fu la dimostrazione plastica di questa minaccia. Nei giorni precedenti, l'uragano aveva colpito il Golfo del Messico, portando con sé venti a 200 km/h, 300 mm di precipitazioni e uno storm surge di 10 metri.
Nonostante la presenza di argini protettivi, che si rivelarono inadeguati, nelle ore successive alla prima onda di tempesta, il lago si gonfiò al punto da cedere, inondando circa l'80% della città. La differenza nel numero delle vittime, che si aggira intorno alle 1.800, fu segnata dall'evacuazione obbligatoria imposta dal sindaco Ray Nagin.
Un'evacuazione che portò in salvo quasi 1.200.000 persone, passando alla storia come una delle più grandi migrazioni interne del paese. Purtroppo, però, una parte della popolazione locale, composta dalla fascia più povera e marginalizzata, non riuscì a lasciare la città, pagando un prezzo altissimo.
È importante ricordare che, anche in questo caso, la scienza era riuscita a prevedere le dinamiche dell'evento. L'ingegnere idraulico Joe Suhayda aveva cercato di sensibilizzare la popolazione sulla possibilità di un'alluvione dalle conseguenze drammatiche attraverso articoli e interviste su riviste come TIME, Scientific American e National Geographic.
Esatto. Già nel 2001, un articolo su Scientific American intitolato "Drowning New Orleans" denunciava il rischio di annegamento per molte persone. Nel 2004, National Geographic lanciò un allarme simile, e nello stesso anno la FEMA condusse un'esercitazione simulando l'impatto di un uragano di categoria 3. Scienza, cittadini, media e protezione civile conoscevano il rischio.
Pertanto, le polemiche sull'inerzia del governo americano caddero sul presidente George Bush, accusato di non aver fatto sufficiente prevenzione e di una mancata leadership della FEMA, situazione che portò al licenziamento del direttore Michael Brown. Ad oggi, la città si è dotata di un sistema di protezione dalle inondazioni tra i più avanzati al mondo, ma dobbiamo ricordare che i cambiamenti climatici attuali portano all'aumento di episodi di uragani di categoria 5. Ci si augura che, nel caso dovesse succedere di nuovo, le nuove protezioni siano in grado di svolgere la loro funzione.
E parlando di uragani, non possiamo non menzionare Sandy, un evento davvero atipico. Formatosi in Giamaica il 22 ottobre 2012, attraversò Cuba e le Bahamas fino ad arrivare ad Atlantic City, nel New Jersey, il 29 ottobre. L'impatto maggiore, però, avvenne nella città di New York, causando più di 50 vittime e provocando uno storm surge di 3,5 metri sopra il livello del mare.
Ribattezzato "Frankenstorm" dalla stampa, la sua unicità dipese dalla combinazione di due eventi climatici: un ciclone tropicale proveniente da sud e un'area di bassa pressione dall'Artico a nord. La combinazione di questi due elementi permise a questo uragano atlantico di colpire la metropoli con un'energia insolitamente intatta, dato che normalmente gli uragani perdono potenza appena toccano terra.
I danni riportati negli Stati Uniti ammontarono a circa 70 miliardi di dollari. Le immagini scattate dal fotografo olandese Iwan Baan nell'ottobre 2012 mostravano l'impatto di Sandy su Manhattan: la città appariva tagliata in due da un colossale blackout che aveva sprofondato migliaia di newyorkesi nell'oscurità. Questo scatto iconico finì sulla copertina del New York Magazine con il titolo "The City and the Storm".
L'impatto di Sandy ha anche cambiato il corso della storia politica degli USA nei quattro anni successivi. Al momento dell'arrivo dell'uragano, gli Stati Uniti si trovavano in piena campagna elettorale presidenziale. L'emergenza permise a Barack Obama di coordinare in prima linea le operazioni di soccorso, mostrando grande vicinanza alla nazione e venendo ampiamente elogiato dai giornalisti per la sua risolutezza.
Dalle isole caraibiche ci spostiamo ora al Sud-est asiatico, teatro di un altro evento catastrofico: il tifone delle Filippine. Nel 2013, il tifone Haiyan devastò l'arcipelago con venti a 315 km/h, causando circa 7.000 vittime e radendo al suolo la città di Tacloban.
La Greenpeace, in quell'occasione, utilizzò la tragica coincidenza tra il tifone e la conferenza mondiale sul clima a Katowice per sottolineare l'attualità del rischio climatico. Impiegando strumentazioni d'avanguardia, proiettarono sulle ciminiere di una centrale a carbone gigantesche scritte luminose che recitavano: "I tifoni partono da qui", "I cambiamenti climatici iniziano qui", "Lo scioglimento dell'Artico inizia qui".
Questo gesto rappresentava un chiaro invito alle potenze mondiali a prendere una posizione ferma in merito ai cambiamenti climatici, sollecitando la rinuncia alle fonti di energia fossile per promuovere lo sviluppo delle fonti rinnovabili. In realtà, però, per assistere a una vera presa di posizione globale si dovrà aspettare il 2015, con gli storici Accordi della Conferenza di Parigi.
Tornando al tifone Haiyan, va sottolineato come la sua potenza eccezionale sia stata collegata, tra le altre cose, all'aumento della temperatura dei mari, un fenomeno strettamente legato al riscaldamento globale. Questo ci mostra come eventi meteorologici estremi, come tifoni e uragani, siano destinati a diventare più frequenti e intensi se non agiamo concretamente per contrastare il cambiamento climatico.
E qui entra in gioco un concetto teorico fondamentale: l'Agenda Setting, formulata da Maxwell McCombs e Donald Shaw negli anni Settanta. Questa teoria ipotizza la capacità dei mass media di influenzare l'opinione pubblica attraverso la scelta delle notizie da pubblicare e la rilevanza data a determinati fatti piuttosto che ad altri.
Questo significa che ci sono eventi rilevanti che passano quasi inosservati, mentre altri, magari meno cruciali, vengono amplificati dai media. Un esempio emblematico fu la caduta delle Torri Gemelle, che catalizzò l'attenzione dando visibilità quasi esclusiva alle vicende legate ad Al Qaeda e alla "guerra al terrorismo", oscurando di fatto tutto il resto.
Una situazione simile, dal punto di vista mediatico, è avvenuta tra il 15 e il 18 maggio 2014. Un ciclone extra-tropicale, battezzato "Tamara", molto simile a quello che colpì la Sardegna, scaricò 200 mm di pioggia sulla penisola balcanica. Questo evento causò esondazioni e migliaia di frane nelle zone montuose di Croazia, Bosnia ed Erzegovina e Serbia, provocando 82 vittime e oltre un milione e duecentomila sfollati.
Il problema maggiore si registrò in Bosnia ed Erzegovina: l'esondazione dei fiumi portò in superficie un centinaio di mine antiuomo risalenti al periodo della guerra dei Balcani e rimaste sepolte fino a quel momento. A questo si unì il rischio di un'epidemia senza precedenti a causa delle carcasse del bestiame, morto durante le alluvioni, rimaste a putrefare al sole per giorni dopo il ritiro delle acque.
E la reazione dei media, in questo caso? Una sostanziale dimenticanza da parte del pubblico europeo. Nei giorni del disastro, il dibattito politico continentale era in pieno fermento per le elezioni nei 28 Stati membri dell'UE. Ci fu una discreta copertura iniziale da parte dei media europei, ma la notizia venne ben presto accantonata per concentrarsi sulle campagne elettorali. Un effettivo proseguimento dell'informazione sull'emergenza venne invece portato avanti dai media americani, australiani e neozelandesi.
Tornando all'uragano Harvey del 2017, che colpì il Texas e la Florida, esso è un esempio di come la scienza, pur prevedendo la potenza dei venti, a volte sottovaluti l'intensità delle piogge associate. Harvey, pur essendo di potenza ridotta in termini di forza dei venti, è noto per essere stato l'uragano più piovoso di sempre, portando gravi allagamenti a Port Arthur, con 1.520 mm di pioggia, e provocando l'inondazione di un terzo della città di Houston.
In questi eventi è emerso il ruolo chiave che possono avere i social media all'interno di un'emergenza di tale portata. Mediante Facebook e Twitter, le autorità sono riuscite a ottenere informazioni in tempo reale sui residenti già in salvo e su coloro che necessitavano di aiuto. D'altra parte, però, questa situazione ha permesso anche la diffusione di fake news, scatenate dai cosiddetti "hoaxer", rivelandosi potenzialmente destabilizzanti per l'ordine pubblico.
Le fake news più clamorose includevano foto di borseggiatori e sciacalli in azione all'interno di negozi abbandonati, l'aeroporto di Houston mostrato con una schiera di aerei sommersi sulla pista, o addirittura uno squalo che nuotava su una superstrada allagata nell'area metropolitana di Houston. Questo dimostra la doppia faccia dei social media: uno strumento potentissimo per la comunicazione in emergenza, ma anche un veicolo per la disinformazione.
E poi, ci sono gli eventi che ci mostrano come anche l'Artico, una regione apparentemente immune, stia cambiando. I temporali, estremamente rari nell'Artico, noto per essere un'area caratterizzata da aria fredda e secca, nell'agosto del 2019 hanno costretto gli scienziati a riconsiderare questa affermazione.
A causa dei cambiamenti climatici che hanno interessato anche questa regione, si è riscontrato un collegamento significativo tra il riscaldamento dell'Artico e la formazione di temporali. Questa tempesta ha avuto origine sopra la calotta glaciale artica per poi dissiparsi nell'emisfero occidentale. Ma come si è formata? Una corrente di aria calda e umida spinta verso nord incontra l'aria fredda e secca della calotta glaciale, creando le condizioni perfette per un temporale.
Dato che l'Artico è uno dei luoghi sul pianeta che si sta riscaldando più velocemente, ci si inizia a domandare se in futuro i temporali saranno un evento più ricorrente e come lo scioglimento del ghiaccio marino sia interconnesso a questi eventi. I dati, però, indicano che la situazione sta peggiorando: nel luglio 2022 si è registrato uno dei temporali più lunghi nella storia dell'osservazione artica, con una durata di 55 minuti, mentre di norma non dovrebbe superare i 30 minuti.
Si è riscontrato anche un aumento nel numero di fulmini all'interno del Circolo Polare Artico, dovuti alle tempeste che si formano sull'Oceano Artico a nord della Siberia. Questo fenomeno causa instabilità alle masse d'aria dirette verso il circolo, portando a un rischio maggiore di incendi boschivi nelle zone più settentrionali.
Per quanto riguarda lo scioglimento del ghiaccio marino, i dati mostrano che durante il periodo estivo la sua estensione si è ridotta del 13% ogni decennio a partire dal 1979. Questo sta contribuendo alle insolite condizioni meteorologiche nella regione, ma la problematica maggiore che si prospetta in futuro sarà l'innalzamento del livello del mare e un accelerato disgelo del permafrost.
Spostandoci in Spagna, nell'ottobre 2024, un'alluvione di intensità senza precedenti si è abbattuta sulla Spagna orientale, in particolare nelle province di Valencia e Albacete. Il fenomeno meteorologico responsabile è noto con il nome di DANA, acronimo di "Depressione Isolata nei Livelli Alti". Si scatena quando una grande massa di aria fredda isolata ad alta quota nell'atmosfera forma una depressione che va a scontrarsi con masse d'aria calda a bassa quota.
In questo caso, la Spagna è molto soggetta a questo fenomeno, soprattutto nei mesi autunnali, un rischio aggravato dall'aumento della temperatura del Mar Mediterraneo nell'ultimo periodo. L'alta pressione proveniente dall'Europa dell'Est ha schiacciato questa grande area di bassa pressione, facendola stazionare per giorni sopra la Spagna orientale.
In sole otto ore sono caduti 500 mm di pioggia su un territorio che per un lungo periodo era stato colpito da un'intensa siccità. Secondo l'AEMET, l'agenzia meteorologica spagnola, a Turís in sole cinque ore sono caduti ben 771,8 mm di pioggia. Dai dati pluviometrici è possibile constatare che la zona dell'entroterra è stata la più carica di precipitazioni; enormi masse d'acqua si sono poi riversate a valle causando alluvioni lampo sulla costa valenciana, con violente colate di fango che hanno trascinato via persone e cose.
La zona di Valencia è stata quella colpita maggiormente. Tuttavia, i colossali lavori di deviazione del letto del fiume Turia, effettuati in seguito alla storica alluvione del 1957, hanno deviato il corso dell'acqua lontano dal centro cittadino, e ciò ha consentito di salvare migliaia di vite umane nel disastro del 2024. Questo dimostra come la pianificazione e gli interventi infrastrutturali, a volte anche datati, possano fare la differenza in contesti ad alto rischio.
E questo ci riconduce al punto di partenza del capitolo 8: prevedere, prevenire, comunicare. Abbiamo esplorato come la scienza tenti di prevedere questi eventi, ma anche i limiti di tale previsione, soprattutto in ambito sismico. Dobbiamo dunque focalizzarci sulla prevenzione, che significa costruire infrastrutture resilienti, pianificare evacuazioni e, soprattutto, comunicare efficacemente il rischio.
Esattamente. La comunicazione non è solo un mezzo per informare, ma uno strumento essenziale per costruire una cultura della prevenzione. Significa tradurre i dati scientifici in messaggi chiari, comprensibili e utili per la cittadinanza, affinché ognuno possa fare scelte consapevoli per la propria sicurezza e quella della comunità.
Questo richiede un giornalismo responsabile, che dia priorità all'utilità pubblica rispetto alla spettacolarizzazione della notizia. Dobbiamo imparare a distinguere tra il dato scientifico, il consenso accademico e le opinioni personali o sensazionalistiche, soprattutto quando si tratta di sfide globali come il cambiamento climatico.
Il futuro dipende dalla nostra capacità di ascoltare la scienza, di implementare politiche di prevenzione efficaci e di comunicare in modo trasparente e responsabile. Solo così potremo sperare di navigare questi tempi incerti con maggiore sicurezza e resilienza.
Grazie per aver ascoltato questo podcast di Podhoc.
